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Un treno attraversa lo schermo portandosi in primo piano. Alcune sovrimpressioni mostrano un paesaggio della California. Dal treno, con il montaggio alternato, entriamo dentro un’auto in cui ci sono quattro criminali. Un lieve raccordo isola uno di loro: il crudele, “tarato come il padre” Cody Jarrett.
Questo film è un ottimo esempio di cinema narrativo classico: una struttura lineare che si apre con l’assalto al treno, segue le vicende dei suoi protagonisti e va a chiudersi come un cerchio con la rapina allo stabilimento chimico.
Prima che le regole del gangster movie fossero rinnovate (Corman, Il Padrino, Gli intoccabili, ecc) e poi scardinate e contaminate dalla pulp fiction di Quentin Tarantino, lo spettatore aveva a disposizione pochi, memorabili film degli anni Venti e Trenta e l’immagine mitica di alcuni attori (E.G. Robinson, James Cagney…) che sembravano nati per tenere in pugno mitragliette e pistole.
Film di gangsters vuol dire uno dei primi generi cinematografici. Il primo esempio si ha con The Musketeers of Pig Alley, anno 1912 e regia di David Wark Griffith, seguito qualche anno dopo (1919) da Regeneration di Rauol Walsh, che guarda caso aveva iniziato la sua carriera come attore e operatore proprio per Griffith.
È con la crisi finanziaria degli anni Venti e Trenta che questo genere ha il maggior impulso: le condizioni sociali di indigenza, il proibizionismo, le bande di criminali organizzate, da materiale di cronaca diventano presto soggetto di film.
Da vedere assolutamente, i film che codificano i canoni di rappresentazione del mondo criminale: Le notti di Chicago (1927, di Von Sternberg), Piccolo Cesare (1930, di Mervyn Le Roy), Nemico Pubblico (1931, di W. Wellman) e Scarface (1932, di Howard Hawks).
Grande successo di pubblico, ma anche aspre critiche per la caratterizzazione quasi “eroica” dei criminali, veri protagonisti di queste opere.
La Belva umana è un tardo gangster movie, realizzato quando il genere aveva ormai raggiunto e ridisceso il suo apice.
La storia è la solita: c’è una banda di criminali capitanata da un bandito tosto che progetta un grande colpo, un “socio” invidioso, una donna troppo bella ed ambiziosa, un amico impostore.
La struttura, come detto, è lineare. Eppure…c’è quell’ambientazione diurna, quella fotografia luminosa, e c’è la forza destabilizzante di un personaggio quanto mai riuscito come Cody Jarrett che appicca veri e propri incendi narrativi.
Con quella faccia lì, James Cagney non poteva che interpretare alcuni tra i migliori “cani da rapina” del cinema, da Nemico pubblico (1931, W. Wellmann) a Gli angeli con la faccia sporca (1938, M. Curtiz) a questo rabbioso e cinico Cody Jarrett, ruolo in cui raggiunge, a mio parere, un livello di realismo recitativo a dir poco inquietante.
Il corpo, i gesti, i tic come quel mordersi il labbro inferiore: tutto fa di lui un pazzo e sadico criminale. Una delle scene più riuscite che ho mai visto è l’attacco che prende Cody in prigione, quando gli comunicano che la madre è morta. Dolore, silenzio, follia.
E pensare che aveva iniziato come ballerino e attore di commedie.
Come al solito, la traduzione del titolo in italiano non rende minimamente conto del significato metaforico riposto nel titolo originale: white heat è il “calor bianco”, la temperatura prossima ai 1200°C che un corpo caldo può raggiungere, emettendo al contempo una luce visibile sempre più bianca. Cody Jarrett è (quasi fisicamente) un corpo che brucia e il film sembra quasi raccontare la fase finale in cui il calore raggiunge l’apice in una vampa di fuoco incontrollabile.
“Ci sono Ma’! Sulla vetta del mondo!”.
Antonella Angeli (aangeli@email.it) |